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Intervista a Pierluigi Bini - Parte Prima

Pierluigi Bini, classe 1959. Nato a Pontedera ma cresciuto nelle periferie romane, Negli anni 80 ha rivoluzionato l'arrampicata su roccia nel Centro Italia e non solo. Ha vissuto da protagonista, forse a volte inconsapevole, il passaggio dall'alpinismo classico alla moderna arrampicata libera diventando un punto di riferimento importante per molti appassionati di alpinismo. 

Parte 2 / 2
Pieluigi Bini sul Gran Sasso
Gran Sasso
Angelo Monti

- Pierluigi, come ti è venuto in mente di iniziare ad arrampicare?

Eravamo ragazzini scalmanati, poi ho visto sull’enciclopedia le foto degli “scalatori”, un uomo in spaccata col ghiacciaio sotto, e allora mi sono fissato con quest'idea. Mio padre, che era preoccupato perché il figlio si era fissato con le corde, arrampicava sotto i ponti e non andava più a scuola, chiese consiglio ad un amico che lo indirizzò al CAI: “Così gli insegnano qualcosa, altrimenti s’ammazza, e poi vedrai che gli passa”!
E così sono finito in via di Ripetta, nella sede del CAI di Roma e ho iniziato ad aggregarmi alle gite. Ci portarono per prima cosa a sciare, a Campo Staffi, ma io volevo scalare. Poi a fare le gite sociali, con tutti i vecchietti, ma a un certo punto ci siamo rotti le scatole, facevamo finta di partecipare alle gite domenicali in pullman e invece scappavamo alla stazione Termini e prendere il treno, che partiva dal binario 8 alle 7.22 per Pescara, discesa alla stazione Marcellina, tutta la strada a piedi fino al monte Morra portandoci un cordino da 7 mm che che avevo comprato da Montanucci sport, messo doppio. I frequentatori di allora del Morra hanno iniziato a vederci, solo che avevamo una paura tremenda, facevamo delle scene incredibili... Ci mettemmo subito sotto il camino Jannetta e ci impantanammo subito sulla prima paretina, non ti dico che successe! Eravamo tre scamlanati... Provai io e mi bloccai, poi feci tre metri, poi sono mezzo crollato... mettevamo solo il moschettone nel chiodo, senza rinvii (non esistevano i rinvii) quindi immagina la corda che faceva tutte Z e si bloccava... un po non eravamo capaci, un po la corda che non scorreva... poi prova un amico mio e anche lui torna indietro, poi ancora un altro...

Pierluigi Bini alla Santissima Trinità
Santissima Trinità
Angelo Monti

- Ma come ti facevano sicura?

Sicura a spalla come avevamo visto dei libri... a spalla con sti cordini puoi immaginare... attaccati su un albero. Avevamo già comprato l'imbragatura e tutto il resto, il casco con la scritta Cassin, eravamo già un po omologati... scarponi. Poi vidi Rys' Zaremba (che usava le superga) quando feci il corso d'introduzione all'alpinismo.
Quando cominciarono a vedere girare per il Morra questi tre ragazzini di 14/15 anni hanno fatto la spia! Hanno fatto la spia al CAI! A un certo punto viene mio padre e mi dice :
- Mi ha chiamato il CAI...
- E che t'ha detto?
- Ha detto ha detto che voi fate finta di andare con i vecchietti per poi invece andare al Morra! Vi hanno visto! Mi hanno detto "Questi si ammazzano! A 14/15 anni con sti cordini... strillano aiuto mamma!"
Insomma con un amico mio sotto lo Jannetta (Camino Jannetta, vecchia via classica facile del Morra) a un certo punto si icrodò e non riusciva ad andare ne avanti ne indietro, aveva 10 chiodi e il martello e su 5 metri piantò 10 chiodi... fece un macello! E poi per recuperarlo! Io non avevo il coraggio di andare la sopra e lui strillava, siamo andati a recuperarlo facendo tutto un giro a piedi per recuperarlo da una cengia tipo capra, lasciando tutto il materiale attaccato che poi venne recuperato da certi del CAI che poi ce lo hanno ridato, chiodi e moschettoni...
Già avevamo le attrezzature e insomma a quel punto c'era un corso di introduzione all'alpinismo che feci e ci portarono al Morra e al Gran Sasso e lì conobbi Rys' Zaremba, Osvaldo Locasciulli, Gianni Battimelli... c'erano un po tutti, Geri Steve... certi matti... 
Massimo Marchegiani venne dopo, avevo già fatto un paio di stagioni (76/77) con Alberto Campanile, che conobbi alla casa cantoniera di Passo Sella mentre cercavo qualcuno per arrampicare. Il giorno dopo andammo a fare Italia 61 ma già avevo iniziato prima ad arrampicare, poi ho fatto un botto di vie con lui... abbiamo fatto quasi tutte le vie classiche di sesto delle Dolomiti, dalla Comici alla Cassin sulla Cima Grande di Lavaredo, il diedro Philip-Flamm, la Livanos sulla Su Alto la Aste alla Punta Civetta... tutte!
Ancora non correvo proprio come nel 78/79, prima ho fatto nel 76/77 tutte vie di sesto, credo un centinaio con Alberto compagno di cordata fisso, persona molto tosta di Mestre/Venezia capace di tenere a bada la paura... niente previsioni, si usciva la mattina se vedevi il cielo bello, si andava poi magari cambiava, ma a noi ci è andata sempre bene, quasi mai un temporale importante... solo sul Corno Piccolo (Gran Sasso) la prima solitaria che feci a 16 anni, la Mario-Di Filippo sulla Prima Spalla, presi un temporale all'uscita, c'era Lino D'Angelo, Enrico De Luca, Lucio Gambini con Donatello Amore che scappavamo sul Corno Piccolo con i fulmini che ci venivano dietro. Una corsa da indiavolati... grandine... che spettacolo! Che bella esperienza però!

Passo delle Scalette, a destra Pierluigi Bini - Inizio anni '80 - (Archivio P. Bini)
Passo delle Scalette, a destra Pierluigi Bini - Inizio anni '80 - (Archivio P. Bini)
Ar. Pierluigi Bini

- Ma salite invernali ne facevi?

Pochissimo, andammo a fare una volta la cresta nord-est del Corno Piccolo con Gigi Mario, io con Angelo Monti e Gigi Mario con Giampaolo Picone e c'era tutto un camino impiastricciato di ghiaccio e così Gigi Mario per passare con gli scarponi entra nel camino e incastra una piccozza... e io avrei dovuto fare quello?!? Vidi Gigi incastrato nel camino che "sgommava" con gli scarponi e i ramponi e allora vedendo una placca tutta pulita a destra, mi misi le superga e feci dei passaggi di almeno quinto/sesto per non entrare nel camino, e quando uscii però sul terrazzino innevato feci gli scalini nella neve per metterci i piedi mezzi congelati pur di non mettere gli scarponi... non ero uno da invernali, cioè non ero uno da ramponi, appena potevo mi mettevo le superga. Ero uno da estate, non ho mai amato tanto il freddo.

- Però sei stato tra i primi ad allenarsi seriamente

Sì perché leggevo i libri, per esempio in Settimo grado di Messner, c'era proprio descritto un allenamento specifico che lui riteneva importante soprattutto per valutare le sue possibilità, poi lui era uno che che aveva una marcia in più...
Messner era un modello ma anche tanti altri come Cozzolino, che era già morto ma che ammiravo per quello che aveva fatto, come la via dei fachiri, le vie sulla Busazza con 8 chiodi e il Piccolo Mangart di Coritenza con 10 o 12 chiodi su 800 metri... eravamo in quell'ottica, guai a forare la roccia!
Poi, dopo, qui alla Santissima, siccome è una parete talmente impossibile da salire in libera  con chiodi normali, perché è un muro liscio, abbiamo trapanato, ma senza però voler rinnegare quello che avevo fatto prima, tanto per divertimento insomma e senza rischiare, perché così almeno sei protetto, perché quelle cose che facevamo prima le facevamo quasi sempre sprotetti... quindi sì mi sono appassionato all'artificiale, perché avevo fatto già parecchie vie in artificiale con Alberto Campanile, per esempio la parete rossa alla Roda di Vael, Italia 61, la Maestri, Hasse-Brandler... perciò trovare una condizione dolomitica come sulla Santissima Trinità a me è piaciuto, artificiale e misto. Tutto ciò che che assomiglia alle Dolomiti mi piace, pareti gialle strapiombanti...
Non sono mai andato sul Monte Bianco per non mettere scarponi e ramponi, poi probabilmente ci sarei anche andato ma a un certo punto ho dato una bella frenata, ho fatto 4/5 anni in un certo modo poi ho cominciato a scoprire altre cose e poi mi sono dedicato anche ad altre cose.
Se andavo al Monte Bianco andavo sicuramente sul Gran Capucin o sul Dru invece sul Pilone centrale sarebbe stato un po difficile... scarponi e grandi avvicinamenti, grandi traversate... io ero proprio uno da maglietta e superga... Nel Sahara mi sono divertito tantissimo con quelle condizioni d'asciutto, di secco... Purtroppo l'arrampicata in Sardegna è diventata famosa dopo, quando ero in una fase di calo perché lì è proprio arrampicata pura e se avessi avuto l'agilità e la leggerezza dei primi anni mi sarei andato a cercare tutte le cose più difficili, arrampicata sportiva dura su 700/800 metri.

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