Un viaggio semi-lucido nei meandri delle guide di arrampicata sportiva nell'epoca dell’intelligenza artificiale.
e quello di Valle del Gran Sasso.
Ampi brani sono riprodotti testualmente, incluso lo stesso refuso
nel secondo mancano le parti storiche e ambientali dell’originale
“Tutto ciò che vediamo o sembriamo non è altro che un sogno all'interno di un sogno”.
E. A. Poe
Qualche notte fa stavo inutilmente esaurendo tutte le mie energie in un sogno particolarmente vivido, come spesso capita, quando si è animati dal fervore sconosciuto e sospetto delle illusioni notturne. Mi stavo arrovellando sulla stesura di una specie di articolo ed ero riuscito, con una serie elaborata di metafore, e senza citare direttamente persone e fatti, ad esporre in modo credibile alcuni aspetti sgradevoli che avevo incontrato durante la mia esperienza da arrampicatore. Niente di più inevitabile, e forse di più divertente, almeno per chi osserva dall’esterno, che imbattersi nelle tante contraddizioni che sono alla base di questa attività, capaci di intrappolare l'individuo nel “limbo grottesco delle proprie idiosincrasie”. In una società totalmente logorante e alienante, che sembra da tempo essersi allontanata dai cicli della natura e da uno stile di vita più semplice e meno nevrotico, il ritorno alla “Natura” non poteva che rappresentare una scappatoia, un’aspirazione, forse un’ancora di salvezza. Eppure, nell’era del virtuosismo performativo, persino questo recupero del “Paradiso Perduto” si è rivelato sospetto, innescando una serie di laceranti conflitti.
Riflettevo innanzitutto sul tema molto delicato delle guide di arrampicata. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale si pone un serio problema legato alla tutela dei contenuti creati dai singoli autori. Qualcuno potrebbe dire che il buon vecchio “copia e incolla” era una consuetudine già abbastanza diffusa e messa in atto in modo più o meno consapevole e lecito. Ma oggi anche la fonte passa in secondo piano: basta un semplice clic e otteniamo un resoconto estrapolato da vari siti che, a loro volta, hanno attinto da altri database, in un gioco di specchi dove l'autore originario scompare. Un gioco di prestigio che, peraltro, raramente offre un prodotto davvero utile o affidabile per chi cerca informazioni. Basta fare una prova cercando dati su varie falesie tramite AI per ottenere risultati spesso sconcertanti, tra notizie del tutto fasulle o incomplete: è la naturale conseguenza di un addestramento basato su informazioni di seconda o terza mano, liberate a cascata nel web. Alla fine, così, non si perde solo l'autore, ma si rischia di perdere la qualità stessa dell'informazione, con tutti i pericoli del caso.
e il totem di Fano Adriano, privo di indicazione dell’autore
Il totem contiene parti originali accanto a
passaggi ripresi dalla descrizione pubblicata su ClimbAdvisor.
È vero: siamo noi stessi ad addestrare questi modelli e presto, chissà, le informazioni diventeranno impeccabili: magari una voce virtuale ci condurrà fin sotto la parete o ci suggerirà i metodi migliori per superare il passaggio chiave di una via, con tutti gli incoraggiamenti del caso, forse persino coadiuvata da un drone che ci farà trovare la linea scelta già montata! Per il momento, però, la realtà è questa e sarebbero sufficienti i soli aspetti evidenziati a giustificare la predilezione per guide che conferiscono direttamente al chiodatore o al curatore di un determinato sito anche l’onere di redigerne le relazioni, come avviene per la app Climbadvisor. Una scelta che si pone in netto contrasto con altre edizioni,inclini a inventare slogan sul rispetto per chiodatori e locals per poi, ahimè, smentirsi clamorosamente nei fatti.
Immaginate lo stupore nel riconoscere ampi brani delle guide di ClimbAdvisor citati testualmente su alcuni siti web, guide cartacee e, in un caso, addirittura su un totem informativo in ferro installato nei pressi di una storica fontana: opera commissionata - e senz’altro pagata - da un comune di montagna sicuramente noto ai climber. Il tutto senza alcuna comunicazione o riferimenti all’autore!
Ma quindi cosa bisogna fare per scrivere una guida di arrampicata ed evitarsi tutta una seriedi spiacevoli grane, aggiungendo un “pizzico” di autoreferenzialità?
La ricetta è di una banalità disarmante: si prende un sodalizio di impavidi esploratori delle vette e lo si fonda in un luogo in cui il massimo dislivello è quello del cavalcavia locale. Fatto ciò, si passa a rivendicare la giurisdizione su un territorio così vasto da far impallidire l’Impero romano d’Occidente. A questo punto inizia la vera magia, ovvero la nobile arte della “colonizzazione verticale”: si creano una serie di pareti fantasma con avvicinamenti da teletrasporto e chiodature pronte a sfidare ogni logica prima ancora della gravità. E perché mai fermarsi quando ci si può spingere fino all'editoria creativa? Basta individuare una fonte ben fornita e curata nei dettagli - magari un'applicazione di riferimento dove qualcuno ha pazientemente archiviato anni di lavoro sul campo - e "lasciarsi ispirare" con un tempismo perfetto! Nel frattempo,da un lato i nomi dei chiodatori attivi per anni sul territorio, autori delle falesie più frequentate della zona, svaniscono misteriosamente dalle descrizioni; dall’altro, paradossalmente, si concede ampio spazio alla memoria di chi non c'è più, all'interno di una narrazione che, per chi scrive, appare decisamente autocelebrativa. Et voilà: grossomodo il gioco è fatto e si è pronti per la prossima impresa di arrampicata sociale!
Johann Heinrich Füssli
Ma guai a far notare queste quisquilie: chi osa anche solo sollevare una minima perplessità viene immediatamente marchiato come disfattista invidioso, l'eterno bilioso che si oppone per partito preso a queste titaniche e meritorie opere di filantropia!
Tramontato ormai ogni romanticismo, la strada da seguire è inevitabilmente delineata: mai dare sfoggio della propria “arte” o della propria passione a cuor leggero; meglio affidarsi a un freddo calcolo e colonizzare il campo solo quando si hanno solide basi e la forza dei numeri.
D'altronde, la storia non la scrive chi la fa, ma chi ha più tempo da dedicare alle relazioni pubbliche.
Questo era più o meno il mio sogno, ma i contorni sono così sfumati... Dopotutto, per citare quasi alla lettera Shakespeare: “Siamo fatti della stessa materia dei sogni…’, una materia troppo leggera per il mondo reale, e per questo i dettagli svaniscono…. O forse era lo spavento dell'illusione ipnagogica, quel momento che precede il sonno in cui la realtà si
incrina, materializzando l'ombra di un incubo dai contorni sfocati?
Il sonno della ragione genera mostri?
Che sia piuttosto l’inconfutabile delusione della realtà?
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